venerdì 4 luglio 2014

L'ordinario senso di (in)giustizia

Ebbene si, sono un avvocato...
Lo so, lo so che non è una bella cosa.

Eppure, una volta, tanti anni fa, lo era.
So che vi può risultare davvero difficile crederci ma… lo era.

A quel tempo, si sceglieva di dedicare la propria vita alla rappresentanza dei deboli, di chi subiva ingiustizie, di chi aveva bisogno di essere difeso da soprusi e vessazioni.

A quel tempo, c’era chi poteva scrivere:
"Molte professioni possono farsi col cervello e non col cuore. Ma l'avvocato no. L'avvocato non può essere un puro logico, né un ironico scettico, l'avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sè, assumere su di sè i loro dolori e sentire come sue le loro ambasce.
L'avvocatura è una professione di comprensione, di dedizione e di carità.
Non credete agli avvocati quando, nei momenti di sconforto, vi dicono che al mondo non c'è giustizia. In fondo al loro cuore essi sono convinti che è vero il contrario, che deve per forza esser vero il contrario: perché sanno dalla loro quotidiana esperienza delle miserie umane, che tutti gli afflitti sperano nella giustizia, che tutti ne sono assetati: e che tutti vedono nella toga il vigile simbolo di questa speranza...
Per questo amiamo la nostra toga: per questo vorremmo che, quando il giorno verrà, sulla nostra bara sia posto questo cencio nero, al quale siamo affezionati perchè sappiamo che esso ha servito a riasciugare qualche lacrima, a risollevare qualche fronte, a reprimere qualche sopruso, e, soprattutto, a ravvivare nei cuori umani la fede, senza la quale la vita non merita di essere vissuta, nella vincente giustizia.
Beati coloro che soffrono per causa di giustizia... ma guai a coloro che fanno soffrire con atto di ingiustizia!
E, notate, di qualunque specie e grado di ingiustizia... perchè accogliere una raccomandazione o una segnalazione, favorire particolarmente un amico a danno di un estraneo o di uno sconosciuto, usare un metro diverso nella valutazione del comportamento, o delle attitudini, o delle necessità degli uomini, è pur questo ingiustizia, è pur questo offesa al prossimo, è pur questo ribellione al comando divino
”.


L’uomo che scriveva queste cose era Piero Calamandrei, morto nel 1956.
Un’altra epoca, un altro mondo.
Per quanto possa sembrare impossibile, però, c’è ancora chi ci crede.
Io la toga non l’ho mai avuta. Me l’hanno fuggevolmente poggiata sulle spalle al momento del giuramento.

Era una toga “di nessuno”, lisa, sporca e di molte taglie più grande. In quel momento, però, una toga più piccola, nuova di zecca e giusta di misura, mi è scesa sul cuore.

E li è rimasta.

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